Tra le ultime materie che dovetti sostenere all’università c’era Teoria dei media e della percezione.
Per superare l’esame, l’insegnante ci chiese di presentare un progetto audiovisivo a scelta (manifesti, video, audio, grafiche, ecc.) e di individuare tutte le possibili strategie percettive che lo componevano.
Un esame, un progetto, una scelta obbligata
Fu una freddolosa giornata di dicembre quando mi ritrovai davanti al computer, alla disperata ricerca di un qualunque manifesto su Pinterest.
Nulla sembrava colpirmi davvero. Il risultato fu un lunghissimo e tediosissimo doom scrolling di immagini dai colori esageratamente sgargianti, al punto da farmi venire la nausea.
Poi, all’improvviso, un manifesto targato Olivetti catturò la mia attenzione.
Percezione prima del concetto

Realizzato da Giovanni Pintori — maestro della grafica pubblicitaria — era la locandina per la “nuova” Lettera 22, una macchina da scrivere destinata a riscrivere la storia della pre-informatica. Ma non fu questo l’elemento che mi calamitò sul manifesto.
Quelle linee ondulanti e colorate, pensate per evocare il movimento delle dita sulla tastiera, le trovai irresistibilmente ipnotiche. C’era qualcosa che funzionava a un livello quasi fisico, prima ancora che concettuale.
In un primo momento scelsi proprio quel manifesto, mostrandolo fieramente all’insegnante. Ma mentre cercavo di scomporre e analizzare le sue strategie percettive, Pinterest decise di complicarmi la vita: mi mise davanti un manifesto ancora più interessante.
Era il poster della Ginza Graphic Gallery di Paul Rand, designer che amo particolarmente, al punto da avergli già dedicato un articolo.
Alla fine scelsi il manifesto di Rand. Eppure, nonostante il cambio di rotta, la locandina di Pintori continuava a tornarmi in mente più spesso del previsto. Dopo quel fatidico esame decisi comunque di approfondire.
L’apparizione di Olivetti
Mi resi conto in fretta che quel manifesto non era un’eccezione, ma la punta dell’iceberg.
Dietro c’era un intero secolo di arte pubblicitaria Olivetti: un vero e proprio Vaso di Pandora visivo, aperto senza alcuna intenzione di richiuderlo.
Negli anni ’50 Olivetti — sotto la guida di Adriano Olivetti — seguiva una politica di design precisa e coerente: ogni componente, dal prodotto alla comunicazione, doveva rispecchiare uno stile unico e riconoscibile. In questo contesto Giovanni Pintori, entrato in Olivetti già nel 1936, diventa direttore artistico della pubblicità nel 1950.
Capisco presto quanto il suo ruolo sia stato centrale. Pintori riuscì a trasformare semplici macchine da ufficio, grigie e monotone, in autentici spettacoli di forme e colori, contribuendo in modo decisivo all’identità visiva dell’azienda.
La Lettera 22 come icona culturale

Nello stesso periodo uscì la Lettera 22, una macchina da scrivere sorprendentemente rivoluzionaria, al punto da vincere nel 1954 il prestigioso Compasso d’Oro.
A renderla iconica, oltre al design compatto e portatile, furono soprattutto le sue pubblicità.
Molte campagne si basavano su vere e proprie allegorie visive: la macchina veniva accostata a oggetti familiari — fiori, libri, giocattoli — oppure suggerita attraverso forme geometriche e colori primari.
La scelta era chiara: “normalizzare” l’uso della macchina da scrivere, avvicinarla alle nostre case e ai nostri uffici.
Decifrando il linguaggio “pintoresco”
Il manifesto di Pintori è una dimostrazione perfetta di questa filosofia.
L’impostazione richiama il dattiloscritto, con eleganti archi colorati che si connettono a lettere sospese, disegnate in bianco su fondo nero.
L’uso dei colori primari è l’aspetto che adoro più di tutti. Sono vivi, diretti, quasi rumorosi.
Evocano il funzionamento della macchina, incarnando alla perfezione il messaggio pubblicitario di Olivetti attraverso un linguaggio grafico essenziale ed elegante.
Quando un’immagine ti resta addosso
Ripensandoci oggi, mi fa sorridere che tutto sia partito da un esame universitario e da un pomeriggio di doom scrolling.
Cercavo un manifesto qualsiasi, ne ho trovato uno che ha continuato a inseguirmi anche dopo.
Forse è questo il segnale che qualcosa funziona davvero: quando un’immagine smette di essere un compito da analizzare e diventa un pensiero ricorrente, difficile da scrollare via.
