Nel corso della mia vita ho letto davvero poco. Anzi, pochissimo. Le mie sono state letture sporadiche, pagine qua e là di libri mai finiti. Per lo più leggevo solo per assimilare concetti utili alla preparazione di qualche compito in classe o esame universitario. Il mio approccio alla lettura è stato quindi, per molti anni, di tipo utilitaristico, e non di “piacere”.
Il mio rapporto complicato con la lettura
Non credo sia necessario fare una grossa ricerca sulle possibili cause di questo rapporto complicato con i libri: dentro di me so quali potrebbero essere i veri motivi, e le colpe non vanno attribuite esclusivamente alla scuola (anche se la sua parte l’ha fatta, eccome). I miei genitori c’entrano poco o nulla in questa faccenda: fin da adolescente hanno cercato in tutti i modi di avvicinarmi alla lettura, ma la mia riluttanza era davvero profonda.
Il problema ero io. Ero incantato dai videogiochi, dalla tecnologia, da Windows Live Messenger, dai cartoni animati e da quelle poche (ma buone) uscite con gli amici. La mia “lettura” si limitava al massimo ai Topolino e qualche graphic novel, ma niente di più.
L’incontro con il maiale
Poi, qualche mese fa, sono entrato in un Mondadori Point con un paio di amici. Non ricordo esattamente il motivo: forse uno di loro doveva comprare un manga, o forse stavamo solo bighellonando tra i gadget in libreria.
Mentre scorrevo lo sguardo sugli scaffali, mi fermai davanti a una copertina che mi colpì subito: sfondo bianco, un grosso maiale dal sorriso maligno, occhi rossi come il sangue. Solo dopo ho notato il titolo, al centro: La Fattoria degli Animali, George Orwell.
Sapevo che era “un classico”. Sapevo, vagamente, che parlava di animali e politica, ma niente di più.
Nonostante il mio rapporto complicato con i libri, lo presi comunque dallo scaffale. Lo rigirai tra le mani, sfiorando la copertina liscia, e una vocina interiore cominciò a sussurrare: Prendilo.
L’inizio della lettura
L’esitazione non tardò ad arrivare… ma anche la curiosità cresceva.
Perché il maiale ha gli occhi rossi?
Perché la critica lo ama così tanto?
Cosa lo rende un capolavoro?
E poi, diciamolo: tredici euro non sono un ostacolo per un mistero del genere. Così, senza pensarci troppo, lo portai alla cassa, quasi temendo che qualcuno potesse fermarmi e chiedermi il motivo di quell’acquisto improvviso.
Ero felice della spesa. Peccato che questa felicità durò poco: appena rientrato a casa, posai il libro di Orwell sullo scaffale.
“Da domani lo leggerò!”
Quel domani divenne dopodomani… poi dopo-dopodomani… poi dopo-dopo-dopodomani, fino a dimenticarmi dell’acquisto. L’ozio aveva vinto.
Passarono due settimane. Una sera, tutta l’elettronica della mia stanza era scarica: il cellulare, il controller dell’Xbox, il computer. Sembrava fatto apposta.
Stavo morendo di noia, finché, come un richiamo sottile, rividi il malefico maiale sulla copertina. Non avevo alcuna voglia di leggere… ma tutto era sotto carica. Non avevo scelta.
Una scoperta inaspettata
Con profonda riluttanza, afferrai La Fattoria degli Animali e mi misi a letto. Iniziai a leggere senza troppe aspettative, quasi per pura curiosità… e invece mi ritrovai dentro una storia che, sotto la superficie favolistica, mi calamitava come un magnete.
La Fattoria Padronale. Il granaio. I Comandamenti scritti sul muro. Il mulino a vento. La parola “libertà” ripetuta come un mantra.
Ogni pagina sembrava voler dire qualcosa di più grande del semplice racconto. Ho rivisto facce e situazioni reali: capi, colleghi — o meglio, “compagni” —, amici, gruppi che partono con ideali nobili e finiscono in giochi di potere sempre uguali.
Più avanzavo nella lettura, più provavo una sensazione strana: entusiasmo e amarezza, intrecciati. Feci il tifo per Palla di Neve, pur sapendo, da qualche parte nel mio subconscio, che il suo destino non sarebbe stato lieto.
In quelle pagine c’era un germe maligno ma inevitabile, come se Orwell volesse sussurrarmi che gli ideali, da soli, non sopravvivono alla natura del potere (rappresentata da Napoleone).
La frase che mi ha cambiato
Poi arrivò quella frase:
“Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.”
Rimasi giorni a rimuginarci sopra. Quando finalmente ne colsi il senso, non provai soddisfazione, ma una specie di vuoto. Era brillante, sì, ma crudele: un distillato di ipocrisia, la dimostrazione di come persino un sistema nato per l’uguaglianza possa diventare un meccanismo di privilegio e dominio, se chi è in cima (in questo caso, i maiali) decide di riscrivere le regole… di notte, quando tutti dormono.
Un libro che continua a lavorarmi dentro
In quelle dinamiche di fattoria ho rivisto scene vere: progetti iniziati con entusiasmo e finiti in silenzi imbarazzanti. Gruppi di amici uniti da un obiettivo comune che, lentamente, si sgretolano. Persone che predicano uguaglianza e poi si ritagliano privilegi invisibili. Nessuno di noi è immune.
E così, quasi senza accorgermene, arrivai all’ultima pagina.
Non ero pronto a chiuderlo. Non volevo chiuderlo. Eppure l’avevo già finito. Restai a fissare la copertina, come se quel malefico maiale potesse dirmi qualcosa in più, ma aveva già raccontato tutto quello che doveva raccontare.
Nei giorni successivi, quel libro continuò a lavorarmi dentro. Non era solo una storia di animali e politica: era un avvertimento. Mi ha insegnato a guardare con più attenzione le persone che ho intorno, a non dare per scontato che le regole (o le leggi) restino sempre le stesse, a diffidare delle frasi troppo belle e perfette.
Conclusione: un nuovo inizio come lettore
Anche se ho chiuso La Fattoria degli Animali con un pizzico di malinconia, mi sono reso conto di aver letto — per la prima volta — un vero libro. E, come inizio, non poteva andare meglio.
Ora la mia voglia di leggere è alta, quasi un bisogno. Il prossimo passo sarà Il nome della rosa di Umberto Eco: certo, non semplice come Orwell, ma anche stavolta la curiosità ha fatto il suo lavoro.
Chissà… magari tra qualche tempo mi ritroverò a scriverne, con lo stesso entusiasmo di oggi.
