Il tirocinio: prima della proclamazione
Dopo aver sostenuto tutte le materie del mio corso di laurea, prima del grande giorno della proclamazione, mi rimaneva soltanto una cosa da fare: il tirocinio. Così accesi il computer e iniziai subito a fare qualche ricerca su eventuali posizioni aperte.
Purtroppo, le opzioni non erano moltissime (e molte non si trovavano nella mia città di residenza, cioè Palermo), ma erano piuttosto interessanti. Una in particolare cercava una figura con competenze nel campo del Web Design e della progettazione di interfacce grafiche. Naturalmente, da fanatico di design quale sono, quell’annuncio mi sedusse subito, tanto da spedirgli immediatamente il mio CV.
Devo ammettere che fu una scelta piuttosto comoda: è un campo che già conosco e non riuscivo minimamente a vedermi fare altro, al di fuori di un lavoro informatico. Anche se avevo inviato il CV, per sicurezza continuai a cercare… ed è lì che m’imbattei in un annuncio curioso.
La Fondazione Sant’Elia: una candidatura inaspettata
La Fondazione Sant’Elia di Palermo offriva una posizione dedicata all’accoglienza e al supporto alla visita nel proprio plesso museale. Aveva da poco allestito una grande mostra collettiva chiamata Pinakothek’a, che esponeva circa 200 opere selezionate dalla collezione privata della famiglia Galvagno, chiamata Elenk’Art (si, quella dei gelati Elenka).
La cosa attirò parecchio la mia attenzione, ma non senza un attimo di esitazione: non avevo mai fatto esperienze simili prima d’ora. Poi, quasi per automatismo e senza meditarci troppo, inviai comunque la mia candidatura.
Gli attimi successivi furono terribili. Quando realizzai quello che avevo appena fatto, mi resi conto di non avere minimamente le competenze richieste dall’annuncio. Pensai che altri tirocinanti fossero molto più appassionati e acculturati di me in materia, magari con un forte background in beni culturali o storia dell’arte. Io, invece, ero uno studente del DAMS e, per quanto questo corso possa comunque toccare tali discipline umanistiche, la mia preparazione personale era sicuramente ben lontana da quella degli altri candidati.
Questa paura, in un certo senso, mi diede anche un leggero sollievo, perché allo stesso tempo pensai: perché mai una fondazione di quel calibro dovrebbe scegliere proprio me? Probabilmente gli altri candidati avranno già soddisfatto le caratteristiche richieste dall’annuncio. Questa riflessione fece da manforte alla mia tesi.
La chiamata inaspettata
Per diversi giorni non ricevetti alcuna risposta dalla fondazione, e questo mi tranquillizzò moltissimo, al punto da farmi dimenticare quasi l’accaduto. Tanto, c’era sempre l’annuncio sul Web Design che avevo inviato prima, e quello mi copriva le spalle.
Passò quasi un mese da quella candidatura. Stavo facendo una faticosa serie di addominali su panca piana nella palestra della mia zona, quando ricevetti una chiamata da un numero sconosciuto. Pensando fosse una di quelle fastidiose chiamate di telemarketing, la ignorai e continuai i miei addominali. Dopo cinque minuti, arrivò un’altra chiamata dallo stesso numero. Forse era l’azienda di Web Design! Finalmente, pensai. Decisi di rispondere.
“Salve sig. Guccione, qui è la Fondazione Sant’Elia di Palermo. Sarebbe disponibile lunedì per un colloquio conoscitivo?”
Un brivido lungo la schiena non tardò ad arrivare. Non sapevo cosa dire, cosa pensare, come reagire! Risposi balbettando:
“Salve! Ehm… sì, sì, certamente! Sì! Assolutamente! Dove vi trov… ehm… a che ora è l’incon… l’appuntamento?”
“Le va bene alle 10, sig. Guccione?”
“Sì sì, alle 10 va benissimo! Mi va più che bene! Mi sembra ottimo! Non dovrebbe intaccare con lo studio… nessun problema!”
L’imbarazzo era ormai alle stelle, e la vanvera capitanava la conversazione. Riattaccai il telefono e ripresi gli allenamenti, che, se prima erano faticosi, adesso lo erano di più.
Il primo giorno di tirocinio: emozioni e ansia

Il primo giorno di tirocinio fu a dir poco alienante. Tutto quello che fino a quel momento conoscevo e sapevo era stato completamente accantonato. Ero in un mondo del tutto nuovo, proprio come mettere piede per la prima volta sul suolo lunare.
Da una parte ero preoccupato: prestare massima attenzione alle opere, offrire supporto ai visitatori, essere il più efficiente possibile sul posto… tutto contemporaneamente. Un misto di ansia e insicurezza.
Dall’altra ero… come dire… incantato. Ogni giorno ero a stretto contatto con opere di fama mondiale: da Giorgio De Chirico a Renato Guttuso, da Carla Accardi a Christo e Jeanne-Claude, da Cagnaccio di San Pietro a Piero Guccione. Tutto, lì, davanti ai miei occhi.
Lo ammetto, quando le vidi per la prima volta, la sensazione fu davvero strana. È un’esperienza totalmente diversa rispetto a vederle sui libri. Era come se stessi assorbendo tutto, pur senza rendermene conto: i materiali, le pennellate, le dimensioni, persino gli odori… sono elementi che un manuale non può raccontare.
È un po’ come quando sfioriamo la fotografia di una persona a noi cara: non è come toccarne la pelle, o sentirne il profumo.
La Poubelle Organique di Arman: una scultura che colpisce
Il mio primo compito fu quello di sorvegliare la sala da ballo al Piano Nobile del palazzo (il primo piano, per intenderci) e di accompagnare i visitatori all’ascensore. La sua sontuosità, la raffinatezza degli affreschi settecenteschi e la pavimentazione originale mi avvolgevano, in tutti i sensi possibili. Era come se dal tetto affrescato piombasse su di me tutta la responsabilità, ma ero troppo incantato per pensarci.
Alle 9 del mattino, ancora non c’era anima viva nel palazzo. Approfittai dell’occasione per dare una rapida occhiata alle opere contenute nella sala. Erano di inestimabile valore, che arricchivano ulteriormente la bellezza del luogo.
Ce n’era una, però, che rompeva un po’ quell’atmosfera magica — e proprio per questo mi colpì più delle altre.
Si trattava della Poubelle Organique di Arman: una scultura-assemblage in cui l’artista francese incapsulò rifiuti organici — avanzi, scarti alimentari, materiali deperibili — in una massa di resina e poliestere, racchiusa in un parallelepipedo trasparente di Plexiglas.
Da quanto ho potuto intuire osservandola, l’artista ha raccolto i residui della produzione di una società industriale e ce li ha restituiti sotto forma di “rocce” artificiali, quasi fossero piccoli altarini del consumo.
Ammetto che ne rimasi stregato, al punto da osservarla da ogni angolazione per un tempo decisamente… imbarazzante.
Il primo incontro con i visitatori: una scena comica
All’improvviso, comparve la prima visitatrice della giornata, e mi rimisi subito in postazione. Sembrava fosse di nazionalità tedesca. Di rara bellezza, indossava un vestito nero lungo e leggero, un paio di Birkenstock e un gigantesco cappello di paglia color panna.
Mentre lei contemplava le meraviglie artistiche della sala, i miei occhi erano costantemente puntati su di lei. Ero preoccupato come un qualunque genitore di un bimbo indisciplinato che si avvicina ad un antico e prezioso vaso di cristallo.
Fu allora che accadde una delle scene più comiche della mia vita: proprio mentre la mia ansia toccava l’apice, l’aura di femminilità della giovane visitatrice venne… profanata. Da una scorreggia rumorosa.
La parte più assurda? Non era la mia!
Lei, senza alcun segnale di imbarazzo e ben consapevole del fatto che l’avessi sentita, fece qualcosa di completamente inaspettato: mi guardò, mi sorrise mostrando tutti i denti… e continuò la visita come se niente fosse accaduto!
Tutta la mia ansia si dissolse in un colpo solo, ma a quel punto si presentò una nuova, durissima sfida: non ridere.
Ero rosso come un peperone. Mi mordevo le labbra, ingoiando a forza le risate, ma dovevo rimanere professionale.
Quando finalmente la accompagnai all’ascensore, rientrai in sala da ballo e risi per qualche minuto, da solo, senza alcun freno.
Il secondo giorno: ansia e bambini in museo

Il secondo giorno in fondazione andò leggermente meglio, almeno in termini di ansia: ero un po’ più tranquillo, e l’autostima cominciava lentamente a risalire — ma nulla di particolarmente rilevante.
Poi, tutto il progresso fatto fino a quel momento venne improvvisamente azzerato da una grande minaccia: i bambini.
Quel giorno ero di sorveglianza in Cavallerizza, il piano terra del palazzo, che custodiva — senza nulla togliere alle altre opere — Piazza d’Italia di Giorgio De Chirico.
Entrarono una madre con due bambini: la femminuccia era nel passeggino, mentre il maschietto, apparentemente più grande, spingeva la sorellina. La madre, intanto, completamente rapita dalla bellezza delle opere, sembrava essersi dimenticata di avere portato con sé due piccoli terroristi.
Peggiore situazione non poteva capitarmi.
Se il giorno prima, con la giovane tedesca, prestavo moltissima attenzione, ora tutti i miei pensieri, sinapsi e processi cerebrali erano concentrati unicamente su quelle due piccole pesti.
Sudavo freddo. Andavo a braccetto con il terrore, ma non avevo risorse mentali per gestire tutto. Le opere erano la priorità assoluta. Il resto non contava.
I bambini, intanto, piangevano e strillavano come due gibboni, e ciò che mi infastidì maggiormente fu l’indifferenza assoluta della madre.
All’improvviso — forse per far divertire la sorellina o forse convinto di essere dentro Mario Kart anziché in un museo — il bambino afferrò il passeggino, si caricò… e corse dritto verso (vedi un po’ la fortuna) l’opera di De Chirico.
In quel momento, persi totalmente la lucidità. Il cervello era fritto. Ma, con un tempismo da mastino, mi piazzai subito davanti all’opera e ricevetti un colpo secco allo stinco sinistro.
La madre, magicamente rientrata sul pianeta Terra, si accorse dell’accaduto e richiamò subito il figlio, rimproverandolo pesantemente. La famiglia uscì da Cavallerizza, con il bambino che piagnucolava rumorosamente.
Quando il mio turno finì, verso le 14, e stavo tornando a casa, mi resi conto di aver sfiorato una tragedia. Già mi immaginavo tutte le possibili conseguenze: le testate giornalistiche a parlare dell’accaduto, i critici d’arte a maledire il palazzo e tutto il personale, io accusato pubblicamente. Un disastro.
Ma poi, a letto, ripensando all’episodio… mi colse un’insolita aura eroica.
“Ho salvato Piazza d’Italia!
Uno dei quadri più famosi del pianeta, l’ho salvato io!
Non ci posso credere!”
Sospeso tra l’impaurito e l’invigorito, una tisana rilassante mi aiutò a prendere sonno. Così mi addormentai.
L’esperienza che cresce: fiducia e nuove competenze
Il resto dei giorni fu, fortunatamente, una lunga discesa. Acquisivo sempre più esperienza, facevo nuove amicizie con il personale (tutti giovanissimi) e con i visitatori. Stavo diventando sempre più reattivo ed efficiente. Mi sentivo a mio agio. Quel posto stava diventando quasi una seconda casa.
Questo entusiasmo, però, era destinato a finire: stavo per raggiungere le 75 ore previste per il completamento del tirocinio.
L’ultimo giorno fu un po’ triste: fare per l’ultima volta l’assistente museale da tirocinante è stato come vivere l’epilogo di una piccola, grande storia.
Rivedere per l’ultima volta quei capolavori temporaneamente esposti, salutare le nuove amicizie, osservare ancora una volta la magnificenza del palazzo settecentesco… tutto questo generò in me una sottile nostalgia. Eppure avevo appena finito il tirocinio.
Lezioni di vita da un museo
Insomma, grazie a quell’esperienza, imparai tante cose:
- Ho capito cosa significa davvero lavorare in un museo, e quanto sia fondamentale il ruolo del personale nella tutela delle opere.
- Ho appreso come si “vive” un museo: di cosa ha bisogno, come dev’essere gestito, curato, protetto.
- E soprattutto, ho colto la differenza tra “visitare” un museo e “vivere” un museo. Sono due esperienze totalmente diverse, con significati profondamente differenti.
Quando tornai a casa, ripensai a quella volta in cui inviai la candidatura, grato per non aver accettato il tirocinio di Web Design.
Quel piccolo gesto, quasi casuale, ha cambiato il mio modo di approcciarmi alle cose. Se non fosse stato per quell’esperienza museale, non avrei mai fatto molte delle cose che credevo “fuori dai miei canoni”. Una su tutte: aprire ottimootto.
Fu lì che capii una cosa importante: una buona parte della nostra esistenza è soffocata dall’identità che ci siamo costruiti. Siamo stati convinti fin da piccoli di essere bravi in una sola cosa, e questo ci impedisce di guardare al ventaglio di possibilità che la vita ci offre.
Perciò, non aspettare l’occasione giusta.
Fai. Crea. Sbaglia. Osa. Mangia. Viaggia. Prova.
Così si può vivere una vita piena e gratificante.
Non te lo nego: questa lezione di vita non l’ho ancora del tutto assimilata. Ma sono convinto di essere sulla strada giusta.
