Un amore (quasi) innocuo per il design
Ho sempre amato la tecnologia.
Fin da ragazzino passavo ore a guardare schede tecniche di cellulari, provare i più disparati sistemi operativi, confrontare modelli di tablet e console. Ma, a dire il vero, non era tanto la tecnologia in sé ad affascinarmi. Era il modo in cui si presentava.
Le forme, i materiali, la coerenza estetica. Le animazioni fluide. La bellezza ordinata di un’icona.
Crescendo — complice anche i miei studi universitari — ho capito che quella cosa che mi prendeva allo stomaco aveva un nome: design.
Non parlo di design come disciplina tecnica — non sono un designer professionista — ma come sguardo. Una sensibilità visiva che mi fa notare tutto: le palette cromatiche, il visual branding, le proporzioni, il lettering.
Apple, su questo, mi ha educato moltissimo. Ma anche McDonald’s — sì, McDonald’s — è sempre stato una fonte di ipnosi estetica: i colori saturi, i packaging degli anni ’90, gli interni, le mascotte. Un vero circo grafico perfettamente calibrato per sedurti.
Con il tempo, ho iniziato a “disegnare” tutto: le immagini profilo, le grafiche per i social, il mio modo di vestire, le cover del telefono, questo blog!
Ma c’è un ambito in cui tutto questo ha cominciato a sfuggirmi di mano: lo sfondo dello smartphone.
Il rituale estetico che mi ha rubato l’attenzione
Sembra una sciocchezza, ma passavo ore intere a scegliere lo sfondo giusto: margini perfetti, colori ritoccati maniacalmente, cover in pendant, icone coordinate, toni di notifica studiati, font unici.
Era diventata una specie di rituale estetico compulsivo. E peggio ancora: era solo l’inizio del mio tempo sprecato. Perché poi arrivava il doom scrolling. E lì perdevo altre ore.
Ho provato tutto per uscirne: benessere digitale, tecnica del pomodoro, pause attive, app per la produttività.
Niente funzionava davvero. Finché un giorno ho pensato:
“E se il problema non fossero solo i social?
E se fosse proprio ciò che più amo a tenermi incastrato?”
Il giorno in cui ho “disattivato” la bellezza
È stato uno di quei momenti in cui ti senti un po’ tradito da te stesso. Ma ci ho provato comunque: cover trasparente, sfondo grigio, icone tutte monocromatiche. Un’estetica spenta. Un gesto drastico, quasi simbolico.
È stato, a dir poco, terrificante.
Vedere il mio telefono ridotto in quelle condizioni mi dava una strana sensazione di incompletezza.
Mi sentivo malvestito, addirittura… sporco. Non lo tiravo nemmeno fuori dalla tasca.
Passarono tre giorni, e la sua presenza cominciò presto a darmi fastidio. Talmente tanto da non voler neanche più guardare le notifiche.
Poi, un lampo:
“Aspetta…
perché non sto guardando le notifiche?
Questo vuol dire che…
sta… funzionando!?”
Una vittoria amara
È stata una rivelazione meravigliosa, ma non riuscivo a sentirmi davvero soddisfatto.
Continuavo a chiedermi: perché una delle mie più grandi passioni doveva indurmi al doom scrolling, divorando ore del mio tempo e trasformandosi così in un problema?
Ma, allo stesso tempo, non mi sembrava giusto rinunciare in modo forzato a qualcosa che mi piace così tanto.
Il compromesso: spostare il fuoco creativo
Ci ho pensato parecchio (e quando mai).
Fissavo lo schermo triste del mio meraviglioso Galaxy S24, come se mi volesse dire:
“PERCHÉ MI STAI IGNORANDO!?”
Ok, ho un po’ esagerato, credo però di aver reso l’idea. Poi, una soluzione — quasi terapeutica — l’ho trovata:
“E se la scaricassi su qualcos’altro?”
Ed eccola lì: tutta la mia energia creativa trasferita su… lo smartwatch! Piccolo, portatile, personalizzabile, con miliardi di quadranti: minimalisti, vintage, moderni, eleganti.
Posso persino disegnarli io a mano!
Un vero luna park da polso per designer mancati come me.
Adesso cambio cinturino come fossero calzini, abbinandolo all’umore del giorno.
Intanto il telefono se ne sta lì, sobrio e silenzioso, come un orso in letargo.
Morale della storia
Forse è questo quello che ho imparato:
non sempre bisogna rinunciare alle proprie passioni.
A volte basta solo spostarle un po’ più in là,
lì dove fanno meno danni.
