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Più valore, meno consumo: una personale protesta videoludica

Riflessione personale sull’evoluzione dei videogiochi: dall’epoca d’oro di Halo e PlayStation al ritorno al retro gaming per riscoprire il vero divertimento… >>

Per me, quel primo amore si chiama videogioco. Una presenza costante, fedele compagna di avventure, immaginazione e crescita. Sono stato fortunato: ho vissuto in prima persona quella che considero la vera età dell’oro dei videogiochi — un’epoca d’oro che va, almeno per me, dagli anni 2000 fino al 2015.

Avevo una collezione da fare invidia: la prima PlayStation, il Wii, il DS, il Game Boy Color, il Nintendo 64, tutte le Xbox… Ogni console era una porta su mondi meravigliosi. E i miei genitori, inconsapevolmente, riuscirono a scegliere per me dei titoli iconici: Crash Bandicoot, Ratchet & Clank, Super Mario… piccoli capolavori che mi hanno formato.

E poi, arrivò lui: Halo.

A dire il vero, non credo che un solo articolo basterebbe per raccontare il mio amore per questa saga. Halo non è il classico sparatutto ammazza-alieni: è un concentrato di epicità firmato Bungie — quando sapeva ancora fare grandi giochi — racchiuso in un solo disco.

L’ambientazione, il gameplay, la colonna sonora di Martin O’Donnell e Michael Salvatori che sembrava uscita da un film di fantascienza… tutto mi travolse.

Fu il primo gioco in cui mi sentii davvero parte di qualcosa di più grande, dove ogni battaglia sembrava contare. Passavo interi pomeriggi ad esplorare, a ripetere missioni solo per il gusto di riviverle (soprattutto in modalità Leggendaria).

Ma non era solo la campagna. Fu soprattutto l’online: Xbox Live. Per me, che ero ancora un ragazzino, era qualcosa di avveniristico. La possibilità di connettermi con il mondo da casa sembrava pura magia. Ricordo pomeriggi infiniti con gli amici, le voci confuse nelle cuffie, il senso di appartenenza. Halo non era solo un gioco. Era un luogo.

Ecco perché faccio così tanta fatica a spiegare quanto fosse tutto più autentico. Non servivano skin da 20 euro, battle pass, o aggiornamenti settimanali. Bastava premere “Start” e tuffarsi dentro.

Poi, qualcosa è cambiato. Lentamente, senza neppure accorgermene. Non so dire con esattezza quando sia iniziato. Forse quando i videogiochi hanno cominciato a somigliarsi tutti. O forse quando i menu si sono riempiti di shop, eventi stagionali, banner pubblicitari. Un tempo schermate di partenza, ora caroselli promozionali.

Accendere la mia Xbox per rilassarmi è diventato quasi una fatica: aggiornamenti infiniti, interfacce rumorose, giochi che — oltre al prezzo base — chiedono ancora soldi prima di divertire.

Intorno a me, l’intera industria dell’intrattenimento (musica, film, videogiochi) sembra correre verso un futuro scintillante… ma sempre più vuoto. Ogni anno escono nuovi titoli: più rumorosi, più grossi, più pompati. Eppure, io sento sempre meno voglia di giocare.

Non perché non ami più i videogiochi. Ma perché non so più se servano a divertirmi… o solo a trattenermi.

Così ho deciso di fare tre passi indietro. Non per fuggire dal presente, ma per riscoprire cosa mi aveva fatto innamorare all’inizio.

Ho rispolverato la mia prima PlayStation. Era in un sacchetto, con i cavi ingarbugliati e la scocca ingiallita. L’ho collegata, inserito un disco e ho premuto “Power”. Quel suono, quel logo, quelle sessanta preghiere per far partire il gioco… ho sentito un brivido lungo la schiena. Ero appena tornato a casa.

Così ho deciso di creare una collezione di giochi personale, fisica, offline. Masterizzo i miei giochi (copie perfettamente legali, fatte a partire dai miei originali rovinati o da quelli degli amici), seleziono le copertine con cura, le stampo, le ritaglio, le infilo nelle custodie. Ogni titolo è una scelta precisa, personale, mai casuale.

Una volta acceso? Nessun aggiornamento. Nessuna microtransazione. Nessun obbligo online.
Solo gioco. Nudo, crudo, essenziale.

Sto riscoprendo Crash Bandicoot, Gran Turismo 2, A Bug’s LifeLi conosco a memoria, ma è come se li vedessi per la prima volta. E lo sto facendo con una leggerezza che pensavo perduta per sempre. È un modo per riconnettermi con quella parte di me che giocava per il puro gusto di farlo. Con curiosità. Con meraviglia.

Ed è proprio questo il punto. Viviamo in un mondo che ci spinge a desiderare sempre l’ultimo modello, l’oggetto più aggiornato, il titolo più nuovo. Si insinua un’idea sottile e secondo me pericolosa: che ciò che abbiamo già non valga più nulla. Come se la felicità fosse sempre un passo più avanti, in qualcosa di ancora da acquistare.

Ma non è così.

Quella vecchia PlayStation, ingiallita e cigolante, non è certo all’ultimo grido. Ma è una conchiglia. E conserva ancora molto bene le sue perle. A volte basta riscoprire ciò che abbiamo già, rispolverarlo con cura, guardarlo con occhi diversi. Non si tratta di semplice nostalgia. Si tratta di ritrovare valore, profondità, tempo.

E forse, alla fine,
è proprio lì che inizia il vero gioco.

Di Andrea Guccione

Informatico di formazione, curioso per natura. Su ottimootto raccolgo storie e immagini per capire come la pubblicità costruisce immaginario.

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