Questo articolo fa parte di una serie sulla mia piccola, intensa esperienza di volontariato europeo a Sighișoara, nel cuore della Transilvania (Romania). Sono qui con il Corpo europeo di solidarietà (ESC), un progetto che mette insieme giovani da tutta Europa per vivere, imparare e fare qualcosa per una comunità.
Non aspettarti una guida di viaggio né il manuale di un volontario esperto. Aspettati il diario di un ragazzo curioso, con qualche figuraccia e qualche scoperta nel meraviglioso mondo transilvano.
Se vuoi leggere gli altri articoli della serie, trovi la lista completa [cliccando qui].
Le prime settimane sono state incredibili: storia, cultura, arte, tradizioni, leggende su Vlad III (sì, quello che tutti conosciamo come Conte Dracula) e castelli.
Castelli. Castelli. Castelli.
Sbucano come funghi dopo un giorno di pioggia.
Sto imparando un sacco di cose, che condividerò un po’ alla volta, e sto costruendo legami bellissimi con gli altri volontari. Bellissimi, ma non privi di fatica. Ed è da qui che voglio partire.
Non ti racconterò un “Oggi ho visitato la Torre dell’Orologio (bellissima, tra l’altro), te la consiglio. Ciao e grazie”. Preferisco documentare, quando le attività mi concedono un po’ di tregua, quei momenti che nel bene e nel male stanno contribuendo a formare la persona che sono.
E c’è un secondo motivo per cui lo faccio: se stai vivendo, o hai vissuto, le stesse difficoltà, voglio darti una mano. Non con la lezione di chi ha tutte le risposte, ma con quello che sto imparando sul campo: cosa funziona, cosa no, e dove ho preso delle belle musate.
Detto questo, si parte.
Il mio inglese da terza elementare
Il mio primo grande ostacolo è stato la barriera linguistica, e lo è ancora. Ero convinto che il mio inglese scolastico mi avrebbe permesso di cavarmela alla grande. Presunzione pura.
Spoiler: non è vero.
La comunicazione non è immediata come credevo, e mantenere una conversazione fluida quando non si usa spesso la lingua è un’impresa. Mi capita spesso di sentirmi spaesato e confuso, incapace persino di rispondere in tempo alle battute degli altri. E per uno come me, scherzoso e sempre con la risposta pronta, è una mazzata alle gambe.
Fin qui sembra solo una questione di vocabolario: non conosco la parola, la cerco, la dico, fine. Peccato che la lingua si porti dietro un effetto collaterale più subdolo, ed è la sensazione di restare sempre un passo indietro rispetto agli altri. Quando ti manca il tempo di risposta, ti manca anche il tempo di esserci: la battuta parte, il gruppo ride, e tu arrivi con la tua quando ormai si parla d’altro.
All’inizio pensavo fosse solo questione di allenamento. Poi ho capito che c’era sotto qualcosa di più: non mi sentivo solo “incapace di parlare”, mi sentivo fuori dal gruppo. E per uno che si aspettava di trovare subito una seconda famiglia, è stata una bella doccia fredda.
Per farti capire cosa intendo, ti racconto una serata che, sulla carta, doveva essere divertentissima.

La settimana scorsa gli altri volontari mi hanno invitato a giocare a Werewolf (in Italia: Lupus in Fabula). Eravamo tutti nel “basement”, il grosso stanzone che si collega alla cucina.
Se non lo conosci, in due righe: ci sono Contadini e Lupi Mannari, e i lupi eliminano una vittima ogni notte. Di giorno i sopravvissuti si accusano, bluffano e votano chi mandare al rogo.
In pratica è un gioco fatto di parole: domandare, insinuare, difendersi, convincere. Capisci già dove sto andando, vero? Come facevo a interrogare e leggere gli altri giocatori con un inglese da terza elementare?
Non mi sono scoraggiato e ho fatto quello che mi riesce meglio: improvvisare.
Peccato che quella sera l’improvvisazione non fosse dalla mia parte. È venuto fuori un pasticcio cosmico: frasi sconclusionate, versioni dei fatti che cambiavano di continuo (colpa della confusione) e zero capacità di difendermi dalle accuse.
Risultato: primo eliminato, al primo turno.
Dopo l’eliminazione mi sono sentito un idiota. Non per il gioco, ma per la zavorra linguistica che mi portavo addosso. Gli altri continuavano a giocare, a scherzare, a costruire momenti da ricordare, e io ero lì con loro solo fisicamente: la testa era già altrove.
Cosa ho fatto dopo
Il giorno dopo ho ripensato a lungo a quella serata. Ho passato un intero pomeriggio su Reddit a cercare le testimonianze di altri volontari e, leggendole, mi sono riconosciuto parecchio. A mente lucida ho capito meglio i problemi che mi giravano intorno.

Quando sono partito, conoscendomi, mi aspettavo di trovare subito una “seconda famiglia” o una sintonia “perfetta” con gli altri volontari. Per un attimo ho davvero pensato che il mio senso di alienazione dipendesse da me: che ci fosse qualcosa di sbagliato, che fossi inadatto.
Non è così.
Le dinamiche di gruppo sono complesse per natura e dipendono da un sacco di fattori che non controllo. Una volta capito questo, ho cambiato approccio. Ecco cinque mosse, nella speranza che servano anche a te:
- Ho smesso di giudicarmi. Non sono obbligato a essere ogni giorno l’anima della festa, né il migliore amico di tutti. Ammetto che all’inizio è stato difficile accettarlo. Mi ha aiutato anche scrivere: mettere i pensieri su carta (questo articolo ne è la prova) mi permette di vederli con più distacco.
- Ho protetto i miei spazi. Mi concedo momenti di solitudine “buona”: leggere, chiamare la famiglia e gli amici a casa, fare passeggiate da solo in cittadella. Ogni mattina ho preso l’abitudine di fare meditazione, anche solo 5 minuti: un paio di cuffie, ancora a letto, e parto più sereno. Quando durante il giorno mi sento spaesato, ripeto la meditazione oppure esco a camminare. E ho smesso di forzare le situazioni che mi lasciano a pezzi.
- Ho ridotto il bersaglio. Invece di puntare all’intero gruppo, mi concentro su un volontario alla volta. Per fortuna un’altra volontaria si trovava in una situazione simile alla mia, e così ho iniziato a legare con qualcuno senza salti mortali (almeno all’inizio). Ho scoperto anche che col gruppo intero sto benissimo in un contesto preciso: i party con la musica, dove si balla senza sosta. Lì la lingua non serve, e per una sera smetto di pensare a cosa dire.
- Ho cercato altri stimoli. Niente paura, non parlo di droghe. 😄 Ho iniziato a esplorare la comunità locale: frequento i caffè del posto, studio un po’ di rumeno con Duolingo e con brevi lezioni su YouTube, e partecipo agli eventi culturali di Sighișoara. Avere un “rifugio” fuori dal gruppo dei volontari mi ha tolto l’ansia di dover piacere a tutti per forza.
- Ho smesso di stressarmi con l’inglese. Se a ogni conversazione mi blocco a costruire la frase perfetta, finisco solo per incepparmi, a caccia di una perfezione grammaticale che non serve a nessuno. Ti faccio un esempio: se qualcuno mi chiede “cos’hai fatto oggi?” e io provo a visualizzare la struttura grammaticale della risposta prima di aprire bocca, non faccio altro che aumentare il carico, e la conversazione non scorre mai. Non ho ancora la formula magica, ma per ora provo a rispondere con la prima frase che mi viene, anche imperfetta, e se non mi capiscono riformulo. Paradossalmente, da quando ho mollato la presa, le conversazioni sono più fluide e ogni tanto mi ritrovo a “pensare in inglese”. Assurdo, ma vero.
Se stai leggendo questo e ti riconosci, sappi che non sei “scarso/a”. È una fase che attraversano in tanti, anche chi sulla carta se la cavava bene. Se anche solo una di queste cose ti fa risparmiare un po’ di imbarazzo o di frustrazione, questo piccolo articolo ha fatto il suo lavoro.
