Gli articoli che seguono raccontano la mia piccola e intensa esperienza di volontariato europeo a Sighișoara, nel cuore della Transilvania (Romania).
Sono qui con il Corpo europeo di solidarietà (ESC), un progetto che mette insieme giovani da tutta Europa per vivere, imparare e fare qualcosa per una comunità. Ho appena finito l’università, non ho mai lasciato casa per così tanto tempo e non so bene cosa mi aspetti. So solo che avevo voglia di scoprirlo.
Non aspettarti una guida di viaggio né un manuale da volontario esperto. Aspettati il diario di un ragazzo curioso, con qualche figuraccia, qualche scoperta e probabilmente troppi aneddoti sull’attesa in aeroporto. Si parte da Palermo.
Le grandi occasioni della vita non sono facili da riconoscere, ma si presentano sempre. Basta un po’ di attenzione, un po’ di fede e tanta curiosità. La mia sta arrivando adesso, a Sighișoara. È un’occasione per ripensare a tutto, nel bene e nel male: a ciò che credo, sento, sono.
Ma per arrivarci bisogna prima partire. E partire, ho scoperto, è già un’avventura a parte.
Punta Raisi: ore 4:00
Il 29 settembre, alle 4 del mattino, ero già in aeroporto. Era pieno di gente da ogni parte del mondo, tutti di corsa verso un gate che sembra sempre dall’altra parte del pianeta. Un flusso continuo di persone che rincorrono le proprie urgenze.
Ogni tanto mi viene voglia di infilarmi nelle loro vite: dove vanno? Chi devono incontrare? Cosa li aspetta dall’altra parte? Non lo saprò mai. Così la mia curiosità si rovescia sull’unico viaggio che posso davvero raccontare: il mio.
Lasciare la mia famiglia non è stato semplice. Salutare mamma, papà e mia sorella, sapendo che non li avrei rivisti per un po’, è stato come salutare anche l’ovatta in cui ero cresciuto.
L’abbraccio di mia madre, poi, è un’altra storia. Non è migliore degli altri, è solo diverso: un calore che conosco da una vita e che il corpo ricorda da solo, come memoria muscolare. Non se ne va facilmente.
Non avevo mai fatto niente del genere. Tra la sveglia all’alba, l’adrenalina, la nostalgia e la paura dell’ignoto, il viaggio mi è arrivato addosso tutto insieme. Risultato: un po’ di febbre, 37°, passata il giorno dopo. Probabilmente solo stanchezza.
Tre voli, zero esperienza

Il piano era: Palermo-Bergamo, Bergamo-Cluj-Napoca, poi una navetta fino a Sighișoara.
Alle 5:50 ero a bordo. Quando l’aereo si è staccato da terra, Palermo era ancora buia, ma sapevo dov’era ogni cosa, persino la sagoma dell’Isola delle Femmine.
Poi la Sicilia mi è rimasta alle spalle e, dal finestrino, ho giocato a indovinare le città della penisola (Napoli? Roma? Firenze?) solo per non farmi travolgere dalla paura.
A Bergamo mi aspettava il primo vero “problema”: il bagaglio da stiva. Ero convinto di doverlo ritirare e reimbarcare in tempo record, quindi mi sono fiondato al check-in con un anticipo ridicolo. La bilancia mi ha dato la brutta notizia: troppo pesante. Dietro di me si era già formata la coda.
Panico? Un filo.
Ma invece di andare in tilt ho aperto la valigia e ho travasato un po’ di roba nello zaino. Ha funzionato, e per un secondo mi sono sentito un viaggiatore esperto.
Spoiler: non lo ero.
Poi è arrivata la parte più difficile: aspettare. Erano le 8, il volo per Cluj era alle 12. Ho mangiato qualcosa, ho mandato giù una Tachipirina 1000 e ho tirato fuori il mio Nintendo DS giallo fiammante per una partita a Tetris.
Dopo un po’ mi sono stufato e ho iniziato a girare per l’aeroporto, zaino in spalla e trolley al seguito, in cerca di qualcosa che stuzzicasse la mia curiosità.
Ed ecco cosa mi ha colpito: lì dentro niente è messo a caso. Negozi e aree ristoro seguono una logica precisa, pensata per farti spendere il più possibile, e più di una volta. Il percorso ti porta dove vogliono loro. E l’attesa stessa fa parte del prodotto: più sei fermo e annoiato, più sei disposto a comprare.
L’aeroporto è il capolavoro assoluto del consumismo. Persone bloccate, tempo da ammazzare, portafoglio a portata di mano. Per uno che studia comunicazione e pubblicità è come camminare dentro un manuale dal vivo.
Tra i negozi ce n’era uno di pelletteria: borse, agende, zaini, tutto in cuoio vero, con quell’odore che ti arriva prima ancora di entrare. Ho preso in mano un portafoglio, ho girato il cartellino (150 euro) e l’ho rimesso a posto di corsa, come se scottasse.
Alle 12, orrore: orario e gate cambiati. Altra mezz’ora di attesa. Mi sono arreso e sono tornato al mio DS, per la ripresa della mia leggendaria partita a Tetris.
Cluj-Napoca, e due “inglesi” che si incontrano
Alle 12:30 ero sul secondo aereo, e questa volta la paura aveva lasciato il posto alla curiosità: non vedevo l’ora di incontrare per la prima volta la Transilvania. Sono atterrato a Cluj-Napoca alle 14:55 (ora rumena) e la nostalgia, per un po’, l’ho messa in secondo piano.
Per arrivare alla stazione ho chiamato un Uber, 20 minuti di macchina. Lì la barriera linguistica si è fatta sentire eccome: tra il mio inglese arrancato e quello dell’autista, farmi capire al telefono è stata un’impresa, e ci sono voluti vari tentativi per spiegargli dove fossi.
L’autista si chiamava Cristian-Daniel ed è stato gentilissimo. Abbiamo dialogato in un inglese basilare da entrambe le parti, scoprendo qualche somiglianza tra i nostri paesi. È stato lui a darmi le indicazioni migliori per l’ultima tappa: Sighișoara.

Poi, la navetta. Non è stato difficile, anche perché ho scoperto con sorpresa che la stragrande maggioranza dei rumeni parla un inglese perfetto, mille volte meglio del mio.
Ma qui si è ripresentata la mia acerrima nemica: l’attesa. Da Cluj-Napoca a Sighișoara sono circa 155 km, quindi altre due ore di viaggio.
In navetta mi sono seduto accanto a una signora sulla cinquantina che aveva capito subito che ero italiano. Per due ore mi ha raccontato la Romania, e io ascoltavo con la faccia incollata al finestrino: strade pulitissime, colline enormi, case dai colori impossibili e, ogni tanto, un castello che spuntava dal nulla.
Il Castello
Sono arrivato a Sighișoara alle 20, di notte e in maglietta, quindi congelato. L’appuntamento con i volontari era davanti al Kaufland, il gigantesco discount tedesco che qui sembra una cattedrale. Ho salutato per l’ultima volta la signora della navetta, poi un taxi mi ha portato su, fino al Castello.
Eccolo: il Castello, la casa gestita interamente dai volontari. Dentro è un posto incredibile, un po’ rustico e un po’ da piccolo barone di provincia. Si sviluppa su più piani: a ogni piano ci sono le stanze dei volontari e le lavanderie, la cucina è nel seminterrato e all’ultimo piano c’è una piccola, accogliente libreria.
Una volontaria mi ha accompagnato alla mia stanza insieme a un altro volontario, francese. Ho lasciato i bagagli e mi sono buttato a letto, con la speranza di recuperare le ore di sonno perdute. Avevo lasciato l’ovatta a Punta Raisi, ma per una sera il letto è bastato.
