Quando inizi a sospettare della realtà quotidiana
Due anni prima di scrivere questo articolo, affrontai uno dei miei primi esami universitari: Semiotica delle Arti. Fu un esame piuttosto impegnativo, ma per fortuna andò straordinariamente bene: ottenni il massimo dei voti. Anzi, il professore ci ripensò per diversi giorni e, alla fine, decise di aggiungere anche la lode.
Ricordo ancora perfettamente quella sensazione di vittoria… ma non è questo il punto. Dopo quell’esame, accadde qualcosa di davvero curioso: iniziai a osservare il mondo intorno a me con un sottile sospetto, come se ogni cosa volesse comunicarmi qualcosa di nascosto. O peggio ancora: come se non capissi più il loro vero scopo.
Mi spiego meglio.
Quando anche un semaforo ti sembra un codice segreto
Prendiamo, ad esempio, un comune semaforo. A prima vista è un semplice segnale stradale che regola il traffico attraverso un codice cromatico:
- rosso = fermati
- arancione = libera il percorso
- verde = vai
Ma in realtà è molto più di questo: rappresenta, sorprendentemente, anche il potere delle istituzioni sul comportamento individuale. Una vera e propria manipolazione delle azioni umane. Insomma… una scena da Matrix. E ogni volta che ci penso, mi vengono i brividi.
Semiotica: la lente che ti fa dubitare di tutto
Quello che più mi affascina è che la semiotica si presenta come una materia apparentemente innocua, con un’introduzione delicatamente teorica, per poi lasciarti con la sensazione inquietante che nulla, davvero nulla, significhi quello che sembra significare.
Prendiamo il simbolo della toilette.
Non è semplicemente un’icona carina (ammettiamolo, chi contempla davvero il logo del bagno? Spoiler: solo io), ma un compromesso culturale tra forma, colore, genere, codice visivo e – se sei nello stato mentale giusto – ideologia.
E tutto questo, magari, solo perché avevi un’urgenza fisiologica e ti stavi chiedendo dove fosse il bagno.
I tre pacchi di pennette
Qualche mese dopo quell’esame, mia madre mi chiese di andare al discount vicino casa a comprare una semplice confezione di pennette integrali. Dovevo solo acquistarne una, una qualsiasi.
Eppure rimasi paralizzato davanti allo scaffale per un tempo decisamente imbarazzante.
C’erano tre brand:
- Uno aveva uno stile rustico: sapeva di pranzo dai nonni, quella nostalgia canaglia confezionata nel cartone.
- L’altro sembrava venire dal futuro: iper-minimalista, confezione bianca con scritta nera, e tre pennette disegnate come fossero il Macintosh della pasta.
- Il terzo era un’esplosione blu, con delle pennette così lucide da sembrare fatte d’oro. Promettevano gusto “di prima qualità”, ma nella mia testa urlavano solo tre parole: consumismo, industria, discount.
Intorno a me la gente prendeva confezioni a caso, tranquilla.
Io, invece, ero lì imbambolato a decifrare messaggi criptici in tre pacchi di pennette. Vivevo una vera e propria lotta ideologica:
- la tradizione della cara nonnina che ti coccola con CentoVetrine in sottofondo;
- la mia ossessione per il design (tanto forte che ci ho scritto pure un articolo, che puoi trovare qui);
- l’“efficienza” che proclamava e professava qualità con il volume al massimo.
Io volevo solo comprare un pacco di pasta, non fare un’indagine semiotica alla Umberto Eco (che comunque, sia chiaro, resta il mio eroe).
L’illusione della libertà (mentre scegli le pennette)
Alla fine, per non rimanere intrappolato per sempre nel discount, ne presi una a caso.
Una scelta che sembrava casuale, ma forse era già stata programmata dentro di me, come tutto il resto. Il punto è proprio questo: il “problema” non è che la semiotica ti cambia il modo di pensare.
È che ti cambia il modo di scegliere.
Non so se mi abbia reso più lucido o solo più rincitrullito.
Ma da quando l’ho studiata, il mondo mi parla.
Sì, anche le pennette.
